Pubblicato da: orizzonti | 18 luglio 2008

Acqua e Menta – Revival

– Che dici, ci facciamo un’acqua e menta? –

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Questa non è esattamente una ricetta.

O meglio, non ci vuole proprio nulla per realizzarla, ma l’acqua e menta (o nella variante cicciosa: latte e menta) è una di quelle cose che mi fanno pensare alle estati della mia infanzia, esattamente, quando

          nessuno aveva in casa l’aria condizionata

          la canzone dell’estate non era la suoneria di un cellulare

          le espadrillas le portava anche mio papà

          per fare il riso freddo si comprava ogni singolo ingrediente

          nessuno pensava di andare a ficcarsi in un centro commerciale per trovare refrigerio

          di pomeriggio le strade erano deserte e ci mancavano solo le balle di fieno rotolanti per sentirsi in un film di Sergio Leone

          si desideravano i retini per le farfalle

          non si poteva uscire senza guardarsi in giro perché altrimenti arrivava il gavettone del vicino di casa

          se giocavi a palla contro i box dei vicini, la sera facevi i conti con il papà (e la mamma non pensava minimamente di mandarti dallo psicologo)

          il nonno ti mandava a comprare il giornale

          la fetta di anguria la si mangiava con le mani legate dietro la schiena

          si stava attenti perché “la macchia d’erba non va più via!”

          il ghiacciolo costava 400 lire e nessuno voleva quello marrone

          le mamme si affacciavano ai balconi a chiamarci perché la cena era pronta

          la sera ci si trovava ai giardinetti per prendere i maggiolini

         

Ecco, queste e tante altre cose mi vengono in mente preparando l’acqua e menta.

Un unico suggerimento vero: versate la menta liquida direttamente sul ghiaccio e poi mettete l’acqua. Non so che differenza ci sia a dire il vero, ma è un’altra di quelle cose che… “mi ricordo che si faceva così”.

Buona acqua e menta a tutti e… Non caricatela troppo che altrimenti la sentite la mamma! 

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Pubblicato da: orizzonti | 30 giugno 2008

Alta Val Brembana – salita alla Cima di Grem

Nessuno sa dov’è l’imbocco del sentiero 223, nemmeno a Zambla Alta, dovre dovrebbe essere. Anzi, ci guardano perplessi quando aggiungiamo che è quello per salire alla Cima di Grem. “Il Grem!” -che diamine- e lo indico, bello imponente com’è…

***

L’itinerario è indicato dal CAI come EE (per escursionisti esperti) ma l’unica vera difficoltà è l’abbondante dislivello che mette a dura prova il fiato (in salita) e le ginocchia (in discesa). Si parte infatti da quota 1265 m.s.l.m. del Passo di Zambla per arrivare ai 2035 della Cima di Grem, su un percorso di circa 6 chilometri.

Il tempo di percorrenza indicato è di 3 ore per la salita (noi ci abbiamo impiegato circa 3 ora ma facendo alcune soste), metre dovrebbe essere di 2 ore e mezza per la discesa (ma a causa della ripidità di alcuni tratti del sentiero e delle parti ghiaiose -che hanno messo a dura prova i nostri tendini- noi ci abbiamo impiegato 3 ore).

A differenza di quanto indicato dal CAI, non c’è acqua sul sentiero, quindi è necessario partire con una buona scorta per evitare la disidratazione e altri disturbi dovuti alla sete.

Si parte dalla Santella (via Santella) di Zambla Alta, frazione di Oltre il Colle, in alta Val Brembana, prendendo il sentiero segnato con il numero 223. Si può comodamente parcheggiare l’auto vicino a bar Piccola Parigi, dove ci hanno dato le giuste indicazioni per trovare il sentiero e dove, al ritorno, abbiamo trovato un ottimo punto di ristoro dalle fatiche dell’escursione.

Il primo tratto dell’itinerario si sviluppa in un bel bosco, prima in leggera discesa, per poi cominciare a salire a tornanti con un sentiero sempre ben segnato e piuttosto largo, fino a sbucare su ampi e ripidi pascoli che offrono un bel panorama del fondovalle.

Da questo punto in avanti lo spettacolo dei fiori su questo sentiero naturalistico è incredibile: non siamo esperti ma le varietà, i colori e i profumi ci hanno piacevolmente accompagnato in questa non facile ascesa.

Dopo un breve percorso per i prati, si arriva alle Baite di Mezzo dove non molto visibile nell’erba alta il sentiero prosegue sulla destra. Superato un primo tratto ancora tra i pascoli, il sentiero si allarga notevolmente in una stradina di ghiaia (terribile in discesa) che offre ancora un bel panorama sulle montagne circostanti e il fondo valle.

Si giunge dopo una serie di tornanti alla Baita Alta a quota 1630 m.s.l.m.: qui abbiamo fatto una sosta sotto al portico della baita, e abbiamo sorseggiato dal mitico termos di Jimmy un buonissimo e rigenerante te’ alla menta.

Ripartiti con rinnovato entusiasmo nonostante la fatica cominciasse a farsi sentire, siamo dopo circa mezz’ora arrivati al Bivacco Mistri a quota 1800 m: anche qui piccola sosta per bere e poi quasi sobito in marcia perchè ormai la meta “dovrebbe essere” vicina. Dovrebbe perchè purtroppo la giornata ha riservato qualche nube, e la Cima di Grem è avvolta da una fitta nebbia.

L’ultimo tratto del percorso è l’unico in cui abbiamo avuto qualche difficoltà a scegliere il sentiero: bisogna infatti tenere la sinistra al bivio che si incontra, ma la difficoltà era dovuta al fatto che la nebbia copriva la cima e la croce che la sovrasta, altrimenti non avremmo potuto avere dubbi.

La salita finale ci ha letteralmente distrutto. Ok, probabilmente non eravamo allenati al meglio, forse c’era molta umidità a causa della nebbia e non avevamo neppure moltissima acqua a disposizione; ma certamente quella maledetta salita era ben ripida! Per nulla esposta o pericolosa, comunque.

Arrivati in cima non possiamo dire di essere stati ripagati dal panorama perchè eravamo letteralmente “dentro” ad una nuvola, ma sedersi sotto la bella croce di ferro a mangiare un panino con la mortadella e il sapore di avercela fatta in bocca, è sempre una soddisfazione.

La discesa non presenta particolari difficoltà e si svolge per lo stesso percorso dell’andata. A noi è risultta molto faticosa per via della ripidità del sentiero e delle nostre ginocchia poco allenate.

E’ stata una gran fatica, peccato le nubi in quota, ma la lezione della giornata è stata un’altra: mai in montagna senza un buona scorta d’acqua, avere sete taglia fiato e gambe!

Pubblicato da: orizzonti | 5 maggio 2008

Rifugio Laghi Gemelli – Neve… a sorpresa

“Ciao, vorremmo salire al rifugio il 3 maggio, c’è molta neve?” “Be’ un po’ ma il sentiero è battuto…”

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Certo, il sentiero è battuto se non lo intraprendi a mattina inoltrata e in una giornata con il sole più splendente che mai…

Abbiamo organizzato tutto, e stavolta con noi c’è anche un caro amico che abbiamo convinto a salire al rifugio con noi per un fine settimana in un posto davvero speciale.

Il Rifugio Laghi Gemelli si trova in Alta Val Brembana, nella bergamasca, a quota 1960 m.s.l.m.; accesso dal paese di Carona (1105 m.s.l.m.).

Il dislivello non è male per un percorso di 4750 mt circa, ma è la prima uscita dell’anno e siamo emozionati ed ansiosi. Inoltre c’è l’incognita neve, sappiamo che ce n’è un po’, ma un po’ quanta e da che punto del sentiero, no. Proprio per questo mettiamo in conto un’ora e mezza in più circa alle 3 stimate per arrivare al rifugio. La nostra previsione si rivelerà corretta. 

Arrivati a Carona, poco prima di entrare in paese, sulla destra c’è una discesa che porta all’atezza del laghetto e della digha, dove un ponticello permette di arrivare ad un comodo parcheggio esattamente dove inizia il sentiero n.211.

Da qui parte la nostra ascesa. La prima parte è tutta in un bosco: il sentiero sale subito per ripidi tornanti e lungo la strada si incontrano cascatelle d’acqua e un ponticello di legno (dove mi è caduta la macchina fotografica!) che attraversa un torrentello. Si prende velocemente quota ma il panorama da questa parte non è dei migliori, si ha soltanto una bella vista del paese da cui siamo partiti. Dopo circa un’ora di cammino, ben lontani dalla meta, cominciano ad apparire le prime chiazze di neve.

Be’, mettiamoci in cuore in pace, da qui al Lago Marcio (primo punto di sosta), la neve aumenterà sempre più, fino a raggiungere 1 metro quasi! Fortunatamente mi sono attrezzata con un bel paio di pantaloni da sci di fondo che mi tengono asciutta. Non tutti siamo stati però così previdenti, e i due maschietti della cordata arriveranno fradici al rifugio.

Arrivati dopo una bella faticata al Lago Marcio (1840 m.s.l.m.), cominciamo a goderci lo splendido scenario del luogo. Probabilmente d’estate sarà bello riposare sul prato con davanti il lago incoronato dalle Alpi circostanti, ma con la neve lo spettacolo è addirittura commovente. Il candore perfetto della superficie ghiacciata dello specchio d’acqua brilla al sole di questa giornata di maggio e tutto intorno le forme morbide e i rumori ovattati dalla neve rendono il paesaggio magico.

Ma non c’è molto tempo per contemplare lo spettacolo, il nostro traguardo è ancora lontano e, anche se ancora non lo sappiamo, il peggio deve ancora arrivare!

Dalla diga si segue tutto il perimetro del lago tenendo la destra: il percorso in questo tratto è quasi pianeggiante anche se la neve che ormai si è fatta morbida è sempre più alta e ci fa inciampare quasi ad ogni passo.

Superato il lago si incontrano una serie di salite a “strappi”, che si alternano a brevi tratti pianeggianti. Questo è il punto della beffa: ad ogni salita speriamo che una volta arrivati in cima si veda il rifugio e invece si incontra un altro ripido pendio. Siamo davvero stremati dalla fatica di cammnare con così tanta neve. Anche qui il panorama è splendido, ampio e appagante, ma la fatica è ormai quasi avvilente.

Non possiamo fermarci: tornare indietro non avrebbe senso, fermarsi in mezzo alla neve e sotto un sole battente sarebbe impensabile e poi… ci aspetta un lauto pasto all’arrivo!

Quando finalmente iniziamo a vedere il rifugio, ci torna un po’ di coraggio: ancora un grosso sforzo, ma è l’ultimo.

Arrivare è stato incredibile: io, in un ultimo slancio riesco ad entrare nel rifugio per chiedere se possiamo ancora mangiare (sono le 13.30 passate), i miei compagni mi aspettano fuori, sulla panca, devastati. Seduti a tavola ci guardiamo soddisfatti, è stata dura ma forse per questo ci sentiamo di esserci meritati ancora di più di godere del posto splendido in cui siamo.

Usciamo e guardiamo le montagne intorno, il sole splende sui pendii e sulle vette, e il cielo di un blu perfetto e senza nubi ci alleggerisce l’anima e risolleva il morale.

La notte dopo una buona cena passa tranquilla e la mattina dopo siamo pronti alla discesa, questa volta di buon mattino, per trovare la neve ancora dura. E’ divertentissimo, scendiamo “a valanga”, quasi correndo lungo i pendii che il giorno prima affrontavamo un passo dopo l’altro con enorme sforzo. Solo il bosco ci richama all’attenzione e alla cautela, ma siamo contenti e all’arrivo, pur stanchi, siamo entusiasti per questa splendida avventura, resa ancora più speciale dalla presenza di un caro amico.

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